Il paesaggio in sette giorni

Il paesaggio in sette giorni

Galleria della Tartaruga – Roma – giugno 2025

IL VOLUME

Testo critico di Duccio Trombadori
Sezioni e testi a cura di Marta Paolini 
 
 
PREMESSA

 

Questo volume è nato con l’intento di dare ordine e ricostruire un percorso artistico che dagli anni Ottanta ad oggi ha visto, nel tema del paesaggio, un filo di affezione, un modo per lasciarsi interrogare in modo eclettico, mantenendo tuttavia una direzione coerente e coesa.
Attratto anche dal contesto urbano – che ha indagato con progetti specifici di mostre dedicate alle città di Praga, Roma, Verona e Napoli – è tuttavia al paesaggio naturale che Paolini ha indirizzato le sue più costanti ricerche artistiche.
Sicuramente condizionato dalla peculiare posizione del suo atelier – fra i margini di Grosseto e di Castiglione della Pescaia, una pianura assolata che solo da lontano è abbracciata dalle colline verdi di Vetulonia e del Parco dell’Uccellina – la natura gli parla sempre suscitando pensieri legati alla vita reale.
Le sette sezioni nelle quali è suddiviso il volume propongono alcuni sentieri trasversali, anche cronologicamente, che ci permettono di seguire Paolini nelle sue narrazioni attraverso una selezione di opere significative che le hanno caratterizzate.
Un racconto che volutamente non prende in considerazione i repentini scarti di linguaggio e stile, che anzi attestano come alcune tematiche abbiano attraversato e siano state indagate a più riprese nel lungo percorso artistico. Ispirata dai sette giorni della Genesi, la narrazione propone alcuni momenti di riflessione – forse piccole epifanie o ordinarie consapevolezze raggiunte – che scandiscono la quotidiana costruzione e custodia della relazione che l’uomo da sempre tesse con il creato, la natura, la storia, la dimensione spirituale.

L’ultima parte, con l’elenco delle opere, ha invece un carattere più inventariale. Lungi dal voler essere esaustiva, essa può essere considerata come un primo passo fondamentale per la ricostruzione storica e scientifica del catalogo generale dell’artista.
Questa volta in ordine cronologico, le opere scelte per le varie sezioni sono affiancate da altre che, insieme ad esse, vanno a evidenziare la coerenza e la costanza dell’indagine del soggetto insieme all’evoluzione stilistica di linguaggi, tecniche e materiali.

 

LA PITTURA DEL PAESAGGIO E IL “IL BISOGNO DI FORMARE”
di Duccio Trombadori


La particolare esperienza vissuta che precede l’espressione di Germano Paolini consente di esaminare in dettaglio l’ambito entro cui si muove il fortunato concerto di mano e mente che, nel corso di mezzo secolo, ha elaborato lo spettacolo persuasivo delle sue immagini dipinte.
Paolini è un artista che aderisce con lo scrupolo del cronista a quanto gli capita di sentire e di vedere. Erede di una tradizione tutta toscana di amore per il vero da raccontare, come insegnano i macchiaioli e la ricca messe del postimpressionismo novecentesco, la sua pittura sembra puntar l’occhio prima di tutto sul dettato naturale.

L’ occhio registra una squillante nota di emozione al cospetto del fuggevole racconto d’ un viaggio, i primi piani e campi lunghi di una città visitata, la citazione di una scena campestre, la memoria visiva del proprio passato: e sono questi tutti ingredienti di una facoltà rappresentativa che riesce ad esulare dalla regola di genere perché entra in sintonia con una ben più delicata avventura poetica.

Vediamo. Le notti di Praga, i tramonti di Roma, le luci di Malta, il mare di Maremma, le acque di laguna o altro ancora, si avvicendano come titoli di testa di un lungo racconto elaborato dallo sguardo che aggomitola la prima impressione in un sintetico e coinvolgente paradigma di armonie.
Si è di fronte ad un mosaico di occasioni e al dipanarsi ritmato di una storia per immagini senza confini che, a partire dalle cose viste, allude al monologo del pittore con sé stesso e col “fantasma della pittura”, quando egli cerca di sperimentare un’intima estasi della visione e s’impone di trasmetterla come ordito significante di linee e colori.

La passione figurativa di Germano Paolini partecipa per emozione all’ ambiente che lo circonda ma non si chiude nel perimetro del fotomontaggio o della pura descrizione. Anche il dettaglio -un filo d’erba, la legna secca da ardere, gli arbusti sparsi nel bosco o sulla sabbia- viene recuperato nella scena dipinta per rispondere a quell’ impulso interiore che Benedetto Croce chiamava “bisogno di formare”, quale preliminare estetico, distintivo dell’intuizione artistica.

Così tutto un lessico familiare – composto percettivo di forma, luce e colore- torna alla mente osservando certi scenari di campagna maremmana ricreati dalla fortuna del gesto pittorico più encomiabile, con la memoria viva del verso di Cardarelli che si presenta d’ incanto: “…quanti mattini della mia infanzia/ furon simili a questo, / libeccioso e festivo, /con la marina burrascosa in vista/e la terra bagnata…”.
Ed è spesso un trionfo di luci mattiniere o serali, l’enunciato del paesaggio o la figura di paesaggio-emblema che si presenta ai nostri occhi così disposti a riconoscere la brezza del maestrale che suggella la più distesa estate maremmana (“stagione dei densi climi, / dei grandi mattini/ dell’albe senza rumore/ ci si risveglia come in un acquario…”).

Il “bisogno di formare” implica in questo caso una virtù specifica nella messa a fuoco dell’istante luminoso: è un tratto stilistico cui perviene Germano Paolini in questo effetto speciale scaturito da uno scatto di luce plasticamente risolto al tocco di pennello, dove l’illustrazione cede il passo al gioire di un valore puramente formale, quasi astratto.

Questa virtù costruttiva della forma in se stessa si nota nelle pitture di Paolini che maggiormente insistono sul dettaglio, come quando egli enuncia la porosità delle terre, le sbaffature delle crete, le pareti rocciose, le crepe innevate, quando spennella il vento di certi temporali notturni, o quando cattura il paesaggio in prospettiva ravvicinata, con trasversali vedute di nuvole, sentieri nel bosco, alberature, tortuosi lungofiume a filo d’orizzonte… “Tendono alla chiarità le cose oscure/ si esauriscono i corpi in un fluire/ di tinte: queste in musiche. Svanire/ è dunque la ventura delle venture” (Montale): in una sequenza sinfonica di istanti luminosi fissati nel tempo -con le smaglianti soleggiate che svelano distese di campi, pini, cipressi, spiagge, mare in tempesta, ed altro ancora- si celebra così una nobile gara con il vero illustrata dal pittore quale prezioso diario in pubblico del suo lirico “bisogno di formare”.

 

 

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