Centro culturale "L'Occhi Parlante" - Roma 1990

 

Passeggiate in Etruria


di Elio Mercuri

Germano Paolini riesce ad inserirsi in una storia significativa di Pittura, qual'è quella toscana che sviluppa l'apertura gloriosa di Fattori e dei Macchiaioli, in situazioni di intima aderenza e partecipazione ad un paesaggio e alla sua luminosità, nei maestri della Versilia, come nella raccolta e silenziosa arte di Marcucci, di Soffici, dopo l'avventura del futurismo. È una pittura che non appare più come provincia nei confronti allora dell'Impressionismo; come non lo è oggi nei confronti di tante effimere e precarie poetiche d'avanguardia.
I "Paesaggi", i "Filari", questi boschi che si specchiano in acque ancora libere o si stagliano in orizzonti aperti in ore e stagioni, di Primavera o di Autunno, segnano i confini di una realtà che non è soltanto memoria, o elegia malinconica di una realtà ormai remota e forse perduta; o "isola" ancora incorrotta dall'inquinamento e dal degrado, ma certezza di poter ancora vivere a contatto con la Natura, in un'armonia fra uomo e natura, sempre possibile e misura di quotidiana esistenza.
La ricerca di Germano Paolini è tutta in questo abbandono poetico, sempre contenuto e composto, filtrato in meditazione di pura pittura, prezioso negli acquarelli di una tenerezza che richiama la magia del "vago", dell'"indefinito" di Leopardi, nella levitazione di un'emotività sincera e calda che riesce a sciogliere i nodi di improvvise malinconie.
La sua aderenza ai luoghi, la sua "topografia" trasfigura, nello sconfinamento di luce, in visione poetica in esperienza di dimensione ideale nella quale lo spazio e le presenze quotidiani si illuminano di un'intensa memoria di sogno e si accendono del desiderio autentico e intenso, che dà alle immagini una durata che oltrepassa la "fisicità" e introduce nella sfera del mito.
Può così ritrovare oltre le nubi e le nebbie, che infeltriscono in ombre di crepuscolo il colore, la luce tenerissima di cieli azzurri puliti, su campi verdi e case, su distese d'oro che ancora sanno di grano.

Roma, giugno 1990