Galleria "La Vetrata" - Roma 1998

 

Paolini: la luce nelle ossa

di Mario Lunetta

da "Paesaggi toscani"

Dev'esserci nella luce e nella natura italiana un calore capace di sciogliere la brumosità e le tetraggini delle tavolozze nordiche, se è vero - com'è vero - che tutti indistintamente gli artisti dell'Europa settentrionale scesi nella penisola, dal Cinquecento ad oggi, hanno visto animarsi i loro dipinti come sotto una pioggia di fotoni trasparenti e di vibrazioni cromatiche quantomeno tiepide. Sembrerebbe trattarsi di un fenomeno intransitivo, considerando appunto il tasso decisamente alto di calore cordiale che gli artisti italiani mantengono nelle opere ispirate a quello che potremmo chiamare un Grand Tour a ritroso, dai fulgori meridionali alle raggelanti malinconie del Nord. Un fenomeno confermato dal maremmano Germano Paolini sia nella mostra senese dedicata a Praga che in quella che ha coinvolto città tedesche come Dresda, Meissen, Cottbus. Insegna Walter Benjamin, grande mente germanica nutrita di spiriti ebraici profondi, che ci si può (e magari ci si deve) perdere in una città come in una foresta, con l'abbandono recettivo del flâneur. E' quanto ha fatto Paolini nella magica città il cui nome deriva dalla parola ceca prah, la soglia, con sguardo affascinato e memoria di pittura macchiaiola. Si, perché le proprie radici etnoculturali sono sempre sangue arterioso e ossigeno intellettuale, e rimuoverle non porta mai bene al lavoro di chicchessia. Paolini semmai le rimastica pazientemente, le digerisce e ne rende conto a petto delle esperienze moderne più decisive. Ecco perciò che quanto di vedutistico ancora conservavano le due mostre citate, è diventato struttura ossea in questa robusta serie di paesaggi maremmani, piuttosto interessati alla lezione di Cézanne che non alle suggestioni del bell'Ottocento fattoriano. Perfino la luce non arriva a investirli da una qualche fonte esterna, ma sembra in qualche modo generata dalle viscere di queste dense masse terrose, di queste case disposte come blocchi senza affabilità, di queste dune, rocciose, colline accatastate come dopo un diluvio solare. Predominano i gialli e le terre con rare, fantasmatiche accensioni di bianco; e magari, come nel bellissimo "Collina con grande nuvola", appunto l'incombere inquietante di una nube marmorea a ottundere sulla destra l'orizzonte; o, in "Campi gialli", le fasce luminose orizzontali che non ingentiliscono ma piuttosto impaginano energicamente il coricamento del territorio scandito come in una mappa. La forza di questi olii sta tutta nell'assunzione del colore come struttura, senza nessun calcolo edulcorativo, nessuna accondiscendenza o diplomazia cromatica. Non offrono suggestioni evasive. Non vendono sogni. Scolpiscono natura e luoghi di storia umana, individuano una vegetazione scarsa, fanno insomma la radiografia ardente - incandescente, in certi casi - di un paesaggio che si impone più per la propria asprezza che per la propria grazia. L'unico appiglio, allora, l'unica carta che Paolini ha da giocare è la pittura. E lo fa con sicurezza, battendo sulla dialettica impietosa di luce accecante e di ombra densa, con un occhio che non accarezza ma ordina, scinde, rompe gli spazi e le dimensioni. Da pittore insomma di bella, forte nervatura, le cui eventuali tenerezze, a volerle proprio vedere, se ne volano in cielo dentro le sue nubi, quando sono più rosee e evanescenti.