Galleria di Palazzo Patrizi - Comune di Siena 1995

 

Guardare Praga

di Giancarlo Fazzi

L'eterno presente entro cui il pellegrino si muove è una linea sottile, e il camminare su di essa genera l'ansia di passi malcerti. È evidente che un millimetro più in là comincia la banalità e la stucchevolezza, che basta sempre un soffio perchè la massima concentrazione di letterarietà si muti in caramelloso compiacimento, in contemplazione soddisfatta delle proprie piccolezze quotidiane. Kafka si lamentava che Praga, in apparenza dolce mammina, gli mostrasse di quando in quando gli artigli, e fingeva di non accorgersi di quanto quegli artigli fossero riservati ai suoi figli prediletti, per difenderli dal pericolo sempre incombente dell'ovvio e dell'inutile. Il moderno viandante ha ormai pochi artigli a disposizione, e spesso anche i migliori soccombono all'irruenza, discreta nella sua arroganza, del kitsch. Non è facile recuperare fra quelle mura la forza del proprio presente, non è facile capire che l'aspetto proteiforme della città prende consistenza e spessore sotto la forza delle nostre domande. E infatti troppo spesso si ha l'impressione, sentendo raccontare Praga nei cento modi che le arti sanno usare, di sentire sempre la stessa canzone, di contemplare la stessa immagine, di leggere le stesse frasi. Chi ama la città si comporta allora, per celare la sofferenza e la vergogna che l'imperare del luogo comune gli provoca, come fosse membro di una società segreta, nella quale ci si riconosce tacitamente, per cenni e allusioni sottili, per silenzi densi di pudore.
Le vie, le piazze, gli scorci di palazzi che Germano Paolini ci propone mi sembra che sappiano far sorridere il cuore di chi ritiene di amare e capire Praga. Per alcune ragioni che esporrò in fretta, badando a non correre il rischio di trasformare queste note in una valutazione della sua pittura. Prima di tutto, si gioisce nel non "riconoscere" immediatamente la città, segno evidente che l'occhio del pittore non si è lasciato distrarre dalle pur forti e dense inquadrature di tutta una tradizione pittorica; è evidente come la necessità di elaborare il paesaggio cittadino venga in lui da lontano, da urgenze e fili interiori che comunque precedono di gran lunga l'impatto emotivo e intellettuale con Praga. E proprio questa la ragione della profondità del rapporto tra il pittore e la città: non è questa che vive e costringe quello, è invece l'artista che sa interrogarla, che sa grattar via la superficie convenzionale e in un qualche modo scoprirla. La capacità di indagare produce capacità di capire, di vedere la complessità e la multiformità degli strati che compongono la città; di vedere per esempio quella periferia che tanta parte ha avuto nella pittura e nella letteratura ceca del Novecento, di vedere comunque una Praga in cui si vive sì un sogno dell'intelletto, ma un sogno che più spesso assume il carattere della bella quotidianità, della vita che si dipana anche tra le pieghe dei fatti di ogni giorno. Le immagini degli scorci e dei monumenti più noti rimandano comunque a qualcosa d'altro, a una visione generale della città; l'immagine del Castello è quella che può avere non chi cerca nel suo profilo citazioni letterarie (vuoi più rozze, vuoi più colte), ma chi invece, venendo da una periferia per recarsi al lavoro quotidiano in un'altra, mentre passa guarda e pensa e vive le fibre nascoste di quell'immagine, di quell'esperienza.
E ci fa capire che solo chi penetra la sublimità del quotidiano praghese riesce a sentire anche le lacerazioni degli artigli affilati di questa mammina.