Paolini rimastica pazientemente le proprie radici etnoculturali, le digerisce e ne rende conto a petto delle esperienze moderne più decisive. Ecco perciò che quanto di vedutistico ancora conservavano le due mostre citate (Praga e Cottbus), è diventato struttura ossea in questa robusta serie di paesaggi maremmani, piuttosto interessati alla lezione di Cézanne che non alle suggestioni del bell’Ottocento fattoriano. Perfino la luce non arriva a investirli da una qualche fonte esterna, ma sembra in qualche modo generata dalle viscere di queste dense masse terrose, di queste case disposte come blocchi senza affabilità, di queste dune, rocciose, colline accatastate come dopo un diluvio solare."


La forza di questi olii sta tutta nell’assunzione del colore come struttura, senza nessun calcolo edulcorativo,nessuna accondiscendenza o diplomazia cromatica. Non offrono suggestioni evasive. Non vendono sogni. Scolpiscono natura e luoghi di storia umana, individuano una vegetazione scarsa, fanno insomma la radiografia ardente - talvolta incandescente, in certi casi - di un paesaggio che si impone più per la propria asprezza che per la propria grazia. L’unico appiglio, allora, l’unica carta che Paolini ha da giocare è la pittura. E lo fa con sicurezza, battendo sulla dialettica impietosa di luce accecante e di ombra densa, con un occhio che non accarezza ma ordina, scinde, rompe gli spazi e le dimensioni. Da pittore insomma di bella, forte nervatura, le cui eventuali tenerezze, a voler proprio vedere, se ne volano in cielo dentro le sue nubi, quando sono più rosee e evanescenti."

(Mario Lunetta)





"Spiaggia all'Alberese" - 1998