Germano Paolini -Complicità romane



Home   


Biografia   


Critica   


Immagini   


Mostre   


Contatti   


Bibliografia   
essenziale 
    

Germano Paolini

"Complicità romane"


catalogo "ComplicitÓ romane"

"Trinità dei monti" (part) cm.60 x 100

dal 26 novembre al 12 dicembre 2004

Galleria d'Arte Moderna

"La Vetrata"

Via Gesù e Maria, 23 - 00187 ROMA

tel. e fax 06/36006854

 



"Guardando dal Gianicolo"

"Cupole e tetti ocra" cm. 50 x 60




Presentazione in catalogo di DINO CARLESI

"Si può entrare in complicità con la propria città"

Dietro alla pittura di Germano Paolini c’è, sì, la Toscana dei grandi Macchiaioli, un respiro nobile dell’ultimo Ottocento ma che per Paolini non si tradusse mai in noiosi manierismi: perfino gli orizzonti della Maremma – di oltre vent’anni fa - o i boschi gli alberi i cieli i girasoli non avevano mai il sapore casalingo dei piccoli eventi pittorici dei post-macchiaioli con le nuvole e i boschi eseguiti secondo stilemi ormai tradizionali e con le atmosfere sempre sull’orlo di un sentimentalismo grazioso. Montagne cieli e alberi nascevano da visioni memoriali interne in modo che la realtà quasi sparisse o non apparisse come un dato fondamentale da riportare minuzia per minuzia: Paolini dette subito alla sua pittura un respiro diverso, il senso di una cultura espressiva che travalicasse i vari elementi per tradurli in significati lirici personali e nuovi. E se nella sua mente nasceva l’urgenza di una espressione che interpretasse la realtà in modo inedito vuol dire che stavano mutando i processi cognitivi del pittore e le sue modalità di ascolto del mondo: allora le colline, per esempio, potevano presentarsi come piani scuri e sovrapposti, espressioni quasi inquietanti di una realtà più amara e lontana dai modelli toscani consueti.
Si trattava di strutture che erano mentali e non fisicamente speculari e obbligavano ad un rigore formale che faceva perdere fisicità ad una vegetazione o a un gruppo di case per arricchirle di umanità e di storia. Insomma la predilezione per la severità della visione ha creato intense asperità cromatiche, tagli di filari e prati e cieli, voluti intenzionalmente non banalmente amabili.
La sua preferenza per i muri delle città, le strade, i tetti, nasce dalla predilezione per il volume della materia vitale – di cose nascoste e persone invisibili – che si ammassa per attrazione di cultura e di storia, essenze virtuali che circolano per le vie e i cieli: la sua Praga respira attraverso ponti e ciminiere, la Moldava si irrigidisce nell’erba alta delle arcate e le guglie forano l’aria che accarezza i tetti rossi. Tutte le immagini di Praga hanno in se stesse la forza di esistere rubando le luci che Paolini dona per forza di memoria. I personaggi di Kafka sono dietro ad ogni angolo prima dell’ultimo colpo. Perfino gli acquarelli perdono l’abituale tenerezza per accendere luci dure sulle facciate dei palazzi della Moldava. Ogni viandante percorre le vie camminando sulla propria ombra.
L’emozione che l’artista porta in gioco per muovere il pennello verso le soluzioni cromatiche è tale da avere una sua lunga durata nel cuore della gente: la tela (significante) punta con chiarezza al sentimento e alla razionalità del lettore: la sua percezione visiva si colma (e ci raggiunge) di intenzionalità culturali per cui il risultato è trasfigurante nel momento in cui si fa più realistico: la suggestività lo riempie di un arbitrio che sfiora la trasgressione visiva. In questo senso la luce segue i moti interni di una visione che tende allo scenografico senza farsi mai effimera, anzi densa di significazioni da scoprire. I suoi “ luoghi” hanno il sapore delle poesie – lunghe o brevi – secondo le vibrazioni che le accendono e il quotidiano che le penetra: si può diventarne passanti di quei luoghi, offrire loro una dimensione umana e segreta. Le sue città invitano alla complicità, ti adescano in un sogno ovattato di strade case tetti, eliminando le distanze tra centri e periferie.

Ora Paolini ritorna alla sua Roma. Una città piena di fantasmi e barbari e miti che percorrono le vie con la baldanza che deriva dalla sua storia. Sappiamo che nulla è eterno – e quindi evitiamo le iperbole – ma il fatto che l’abbiano amata i poeti ci dice molto sul suo fascino. La fatica dell’artista è quella di restituircela vera e contemporaneamente diversa secondo un gusto visionario che è un modo di lettura tutto paoliniano: uno spettacolo trasferito su un palco invisibile dove ogni elemento fa da quinta all’altro, con case strade tetti volutamente avvolti nel ricordo di una “scuola romana” (da Mafai a Scipione) che la distrusse per amarla maggiormente. Gli artisti del gruppo non amavano le celebrazioni trionfalistiche e la loro pittura colse l’aspetto più mite dell’espressionismo europeo. Paolini sembra risentirne un certo fascino anche se – ancora una volta – egli se ne distanzia come già fece agli inizi nei confronti del post-impressionismo.
Il “San Pietro” di Paolini ha lo sbigottimento incantevole di una scena che ricorda la cultura di Enea Piccolomini e la bontà di Giovanni XXIII; le “Rovine” mostrano la cupezza delle cose piegate dal tempo e dal dolore; il “Foro romano” risente più della voce di Cicerone che di quella di Orazio ironico attorniato sulla “via sacra” da poeti petulanti; sulle facciate delle chiese le ombre inondano i portoni, mentre “S. Maria della pace” sfiora appena col bianco le colonne, mentre “Trinità dei monti” annega in una stupenda armonia serale; il “Vittoriano” si nutre di antiretorica con i piani accostati per formare volumi di pittura e non memoria di martirio; il “Colosseo” finalmente tratto fuori dalla sua abituale rotondità turistica e amato come frammento; perfino la “Vecchia fabbrica” si armonizza teneramente con la misura della composizione, mentre i “tetti” formano libere masse di colore per coprire le ansie e le inquietudini degli uomini che vi respirano sotto.
La città vista come spazio colmo di una eredità che ci va soverchiando: pensarla nella luce piena vorrebbe dire coglierla solo in superficie. Paolini l’avvolge generalmente entro ombre che ci svelano assai più segreti. Dalle tele non traspare il caos che la chiude nel suo ritmo frenetico, pare che ogni evento si sia placato, ogni elemento storico sopito, ogni quartiere spento. E’ un territorio saturo di muri e di tensioni. La città pare voglia raccontare la sua cultura e anche i suoi disagi. Più che una “foresta” ora mi pare un’avventura pittorica e lirica, con le sorprese che palpitano sotto i simboli e che invitano a meditare. I romani che la abitano sanno bene che i barbari possono scendere di nuovo. Più che di teatrini ora siamo al dramma di una luce che non conosce i chiarori di un tempo, ma l’asprezza amara di una Storia che sta posandosi sul cuore della città. I cittadini si domandano se camminano sulle strade di Cesare o di Nerone: la Storia si fa strada nella coscienza degli artisti, anche inconsciamente. Ma Paolini guarda la città col gli occhi del suo stile, con la sua maniera particolare di ragionare e di descrivere, unendo la città nella sua entità di materia e di idealità, di volumi e di pensieri.
Emerge la continuità di una ricerca artistica che accompagna fedelmente un modo di pensare e di descrivere il mondo. Si tratta, in fondo, della coerenza stilistica di un artista che sa guardarsi dentro e rimanere fedele al suo modo di essere e al suo modo di esistere, sia dipingendo un prato o una città.

Ottobre 2004

Dino Carlesi

 

 

 

 

 



  

 

© Germano Paolini - 2001-2010 - Tutti i diritti riservati

Valid HTML 4.01 Transitional